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    January 07

    Il Baule, capitolo 1

    Era un baule. Vecchissimo. Abbandonato chissà da quanti anni in soffitta. O era una cantina? Non ricordo bene, è passato così tanto tempo oramai. Ma il ricordo non è svanito. Ma non è importante questo dettaglio. Anche se spesso sono i dettagli a fare la differenza. A fare la storia. Ma non questa, di storia. Non si è mai saputo da dove arrivasse il baule. Si sapeva solo che era lì, oramai da generazioni. E si narra che in ogni casa che si rispetti c’è un siffatto baule. Addirittura alcuni dicono che c’è un baule per ogni persona sulla terra. Ma forse sono solo dicerie. Ma spesso le dicerie hanno un fondo di verità. E forse scopriremo se anche noi abbiamo un baule in casa leggendo questo racconto. Che poi nient’altro è che una narrazione di qualcosa di reale. O forse non è reale. Chi sa, a dirla tutta dire cosa è realtà e cosa finzione? Torniamo al tempo degli avvenimenti. Descrivere come era fatto il baule è molto semplice. Tutti i bauli sono uguali. Delle grosse scatole di legno. Ammuffite ma non per questo rotte. Non si capiva più nemmeno bene che colore avesse in origine. Era logorato dagli anni, forse dai secoli, e per questo scolorito. O forse era stato qualcos’altro a logorarlo. Quello che conteneva, per esempio. Resta il fatto che non aveva un bell’aspetto. Trasandato, sbuffante polvere da ogni angolo, scricchiolante in ogni sua giuntura. E pesante al solo vedersi. Ma nonostante questo affascinante, di un fascino che solo le cose antiche, derelitte possono permettersi. Un fascino misterioso, intrigante, che metteva in soggezione. Faceva anche paura per queste sue caratteristiche, era come se fosse dotato di occhi. E di orecchie. E probabilmente lo era, visto che sapeva parlare. Ma non parlava la lingua che tutti noi utilizziamo quotidianamente. Utilizzava un linguaggio universale, nato all’alba dei tempi. Linguaggio senza suoni. E soprattutto aveva facoltà motorie, sapeva muoversi. E il suddetto baule era abile nello spostarsi. Silenziosamente e malignamente. Fu così che mi seguì lungo i miei spostamenti nel corso degli anni. Inizialmente non feci troppo caso al fatto che in soffitta, o in cantina, ci fosse sempre un baule, spesso seminascosto, impolverato, un po’ scassato. Ma con gli anni iniziai a trovarlo familiare, come un volto conosciuto, spaventoso nella sua semplicità di baule. Mi aveva già da anni corrotto con le sue storielle, che altro non sono che il passato. Il nostro passato. Nel baule finisce tutto quello che facciamo, vediamo, sentiamo. Ma anche quello che proviamo. Quello che sogniamo. E anche incubi, ossessioni e illusioni. E demoni. Mi sono sempre chiesto come mai il baule non si potesse chiudere. Semplice, non si possono cacciare per sempre le esperienze passate. Non si possono cancellare. Nemmeno la morte può farlo. E quindi si accumulano. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E il baule è capiente. C’è sempre spazio per qualcosa di nuovo. Ma ciò che il mio baule faceva di particolare era il sussurrare. Cosa mai poteva sussurrare? Piccole storie andate. Piccole cose successe. Faceva riemergere tutto quello che avevo vissuto. Senza che lo avessi chiesto. Deja-vu. Mi apparivano come dei deja-vu notturni i suoi sussurrii melliflui. E assieme alle parole venivano evocati i demoni. Quei demoni tanto difficili da combattere. Impossibili da sconfiggere. Con cui si può solo arrivare a una difficile convivenza. Proprio come non ci si può disfare del baule. Che è sempre lì. Col suo carico di cose belle e brutte. Il carico di una vita. Il carico delle vite di tutti noi, perchè tutti noi abbiamo un tale baule, da qualche parte. I più fortunati ne ignorano l’esistenza, molti sono riusciti a nasconderlo bene nelle cantine. Ma per molti altri è sempre lì. Vicino. Asfissiante. E più si cerca di fuggire da esso, più lui ci arriva vicino. Con calma, con la tranquillità di chi sa che il tempo è dalla sua parte.

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